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Sul protezionismo


di Angela

Prendendo spunto da un recente articolo di Latouche, apparso sul Manifesto, vorrei portare l'attenzione su un aspetto di quello che sta avvenendo sotto il grande cappello della globalizzazione, attraverso l'azione delle varie componenti istituzionali o meno, sovranazionali o meno: "la conseguenza è che i modi di vita, i patrimoni sociali costituiti dall'accumulazione di saperi ancestrali e di relazioni sono dilapidati, gli equilibri ecologici rotti. La mondializzazione attuale sta perfezionando l'opera di distruzione dell'oikos planetario."
Le migrazioni, ad esempio, rappresentano uno degli strumenti attraverso cui si attua questa "distruzione" ma, come dice Saskia Sassen, "i movimenti migratori internazionali non nascono per il semplice fatto che alcuni individui desiderano migliorare le proprie condizioni di vita, bensì sono conseguenza di una complessa serie di processi economici e geopolitici. Chi si proponga di capire il problema dell'immigrazione deve pertanto analizzare in che modo, quando e per quali ragioni governi, poteri economici, media e popolazione dei paesi sviluppati si trovano coinvolti in tali processi". Come dire che non tutto avviene per decorso naturale e, se si individuano le cause di un accadimento si avrà uno strumento in più per costruire(o almeno immaginare) strategie alternative.
Ad una globalizzazione di tipo economico o strategico è comunque collegata quella culturale e sociale, che trascinerà con sé idee, persone, informazioni. "Si è già richiamata la lettura della globalizzazione come processo lineare di omologazione culturale, nel segno della macdonaldizzazione del mondo. Anche a questo proposito, tuttavia, si può constatare che tale lettura tende a essere vieppiù contestata. .. uno dei caratteri fondamentali dell'età contemporanea debba essere individuato nelle continue dinamiche globali di incontro, scontro e contaminazione fra una pluralità di "culture" locali, che vengono ad essere ridefinite nei loro contenuti ma non certo azzerate?.il dibattito sul cosiddetto multiculturalismo e quello sui diversi "revival identitari" non si interrogano sui processi materiali della produzione di "identità" e "cultura", correndo il rischio di assecondare dinamiche di etnicizzazione dei conflitti e di segregazione su base etno-nazionale di per sé già in atto. Per contro, una letteratura ormai molto ampia pone l'accento sui tratti di metissage e ibridazione culturale che caratterizzano strutturalmente la globalizzazione, e che dovrebbero condurre a considerare con occhi critici ogni cristallizzazione "identitaria", senza per questo indulgere a una vuota apologia estetizzante del metissage stesso." (I confini della globalizzazione, Manifestolibri, 2000). La globalizzazione , mentre prevede da un lato libero scambio di idee, persone, informazioni, dall'altro comporta, per interessi funzionali a pochi, il graduale azzeramento del patrimonio culturale e sociale di quelle popolazioni che ancora mantengono una loro identità. "Quando il contatto non si traduce in uno scambio equilibrato ma in un flusso massiccio a senso unico, la cultura ricettiva è invasa, minacciata nella sua propria essenza e può essere considerata vittima di una vera e propria aggressione. Se per di più l'aggressione è fisica, si ha la scomparsa pura e semplice o genocidio. Se l'aggressione è simbolica, il genocidio è soltanto culturale, è l'etnocidio. L'etnocidio è lo stadio supremo della deculturazione." Lo stesso termine, genocidio, viene ripreso da Alex Zanotelli in un articolo già apparso in rete:"?gli abbattimenti delle barriere doganali, l'apertura degli investimenti che riserva alle multinazionali lo stesso trattamento dovuto alle imprese nazionali: è una maniera di immettere l'Africa nel mercato mondiale in un modo neocoloniale, neoliberista, tra i più vergognosi che esistano: un 'genocidio pianificato'."
La perdita di determinati patrimoni culturali significa ad esempio per l'occidente, per ciascuno di noi, la perdita di modelli di interpretazione del senso stesso della vita , ed anche della morte. Dando una priorità fondamentale al valore della vita biologica e allo stesso tempo nascondendo il suo corollario naturale (e cioè il termine stesso della vita), si vive perennemente nell'ansietà di dover 'essere', di dover fare, di dover vivere appunto: un vivere però che si svolge tra due poli: l'omologazione su standard medio-bassi per i più e l'arricchimento senza limiti per pochi "eletti". Ora, può essere il protezionismo una salvaguardia per le società che ancora non si sono disgregate? L'intervento di Latouche conclude così: "Una popolazione non può vivere nella dignità se non produce, almeno in parte e anche con difficoltà, i prodotti di cui ha un bisogno essenziale. Ridurre alla miseria e alla disperazione regioni intere, con le conseguenze di drammi familiari e individuali che questo implica, in nome di un calcolo economico stretto che non tiene conto né dei patrimoni organizzativi e culturali acquisiti né dell'impatto sull'ambiente, è irragionevole e spesso criminale. Proteggere la società dal mercato non può che significare costruire l'indipendenza alimentare, preservare l'identità culturale, salvare l'ambiente, difendere un modello sociale, conservare una vita locale con il suo lavoro e il suo territorio".
Al di là dei timori che la parola "protezionismo" suscita, mi chiedo se esista un aggiustamento strutturale tale da salvaguardare un'economia, e quindi una cultura e una società specifica, pur nella ormai imprescindibile strada delle reti globali, e senza cadere in una miope difesa dei nazionalismi.

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