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Intervento alla "Settimana delle alternative"
Questo intervento è il frutto delle discussioni svoltesi all'interno del Laboratorio Attac di Bologna, da un mese a questa parte, tra tutti coloro che al nostro gruppo hanno aderito. Cercherò qui di riprendere uno stimolo molto interessante che ci viene da Attac-Francia, e che Cassen ha ribadito nella serata di lunedì, che noi , come Attac-Bologna, mettiamo al centro delle nostre preoccupazioni: noi dobbiamo avere la capacità di mettere in luce davanti ai cittadini e alle cittadine le conseguenze della globalizzazione liberista sul territorio. Questo per due validi motivi:
Parallelamente a questa internazionalizzazione del potere economico, vi è dunque una regionalizzazione dell'austerità. Regionalizzazione nel senso che tutta una serie di campi, in passato afferenti allo stato centrale, sono stati delegati agli Enti locali, a partire da responsabilità amministrative, ma anche politiche ed economiche, in particolare per tutto ciò che ha a che fare con lo Stato sociale: scuola, sanità, ecc... Questo processo, presentato come un avvicinamento al cittadino e ai suoi bisogni, è in realtà tutt'altra cosa, poiché avviene in un quadro di austerità, per il quale vi è una continua riduzione, attraverso le finanziarie, del trasferimento di finanziamenti agli Enti locali. Il federalismo fiscale, poi, mina la solidarietà tra cittadini di diverse regioni, accentuando le differenze tra regioni più o meno ricche dal punto di vista economico. Esiste un patto di stabilità europeo, ma esiste anche un patto di stabilità interno, che vincola le regioni e gli Enti locali alla parità di bilancio. Da tutto ciò emerge come la regionalizzazionenon sia altro che un ulteriore strumento per rimettere in discussione i diritti sociali dei cittadini. Infatti, da diversi anni a questa parte, si è assistito in Emilia-Romagna, a Bologna, alla progressiva riduzione o addirittura dismissione di servizi pubblici che avevano una funzione importante sul piano delle garanzie per i cittadini della regione. Crolla dunque il "modello emiliano", basato su una rete di piccole e medie imprese, su una forte sindacalizzazione dei lavoratori e una rete di garanzie sociali sviluppata ed estesa. Non è un caso che proprio ora l'OCSE prepari a Bologna un grosso summit su PMI e globalizzazione : restano infatti le piccole e medie imprese, ma è scomparso il tessuto sociale di un movimento operaio forte e sindacalizzato (se è vero che, come dicono le statistiche, per il 1999-2000 in E-R sei assunzioni su dieci saranno a tempo determinato). E scompare anche, a poco a poco, a causa di politiche volute dallo stesso centro-sinistra, la rete di garanzie sociali che facevano dell'E-R una delle regioni più avanzate in Italia:
Gli esempi sono innumerevoli e si potrebbe andare avanti ancora. Ciò che resta, dunque, di questo "modello emiliano", è la PMI e la sua competitività, basata non più su uno stato sociale funzionante, ma sulla precarietà e la scarsa sindacalizzazione : sullo sfruttamento. È di questo, e non di garanzie e stato sociale, che l'OCSE verrà a parlare nel giugno prossimo a Bologna. Coloro che più vengono colpiti da questa distruzione delle garanzie sociali, sono i giovani, costretti a stare in famiglia fino ai trent'anni e più; le donne, sulle quali ricade il peso di uno stato sociale che non c'è più; i lavoratori precari, per i quali il salario basta sempre meno a rispondere alle esigenze di una vita dignitosa (casa, trasporti, vita culturale, sanità,...) e che sembrano sempre di più ai working poorsportati alla ribalta dal modello americano. Non bisogna neanche nascondersi le responsabilità: prima Rinaldi (segr. Regionale della CGIL), parlava della campagna contro il referendum sul licenziamento senza giusta causa, dicendo che è una questione di civiltà farlo naufragare. E' giusto. Ma io mi chiedo: non è stato forse il sindacato a firmare il Patto Treu che prevedeva l'introduzione del lavoro interinale? E il lavoro interinale non è, in fin dei conti, la legalizzazione del licenziamento senza giusta causa? Dico questo perché queste cose vanno discusse, perché vorremmo vedere il sindacato impegnato su ben altre barricate. Detto tutto questo, diviene allora chiaro il rapporto tra globalizzazione e distruzione dello stato sociale, e la regionalizzazione non è che un pretesto, dietro al quale si nascondo questi processi, che in Emilia-Romagna sono all'avanguardia. La giornata di oggi è dedicata alle "alternative". Io propongo dunque come centrale questo nodo del radicamento locale, che una associazione come Attac deve perseguire ad ogni costo, poiché è anche a livello locale che si svolgeranno, in futuro, lotte per riappropriarsi di risorse svendute e diritti sociali negati, attraverso l'organizzazione dei cittadini; questo naturalmente però allo scopo di costruire sul radicamento locale anche una prospettiva di aggregazione a livello nazionale e internazionale. Propongo anche un tema sul quale tentare di costruire una opposizione ai processi di globalizzazione: la difesa dello stato sociale. Cassen lunedì diceva: noi non vogliamo lo stato sociale così come è stato, mal gestito e fonte di clientelismo e ladrocinio, lo vogliamo migliore. Ma, d'altro canto, continuava, per prospettare qualcosa di meglio non possiamo prescindere dalla difesa di quello che c'è, poiché in esso sono racchiuse lotte di decenni, lotte di civiltà, e permettere che ci tolgano queste conquiste, significherebbe permettere ai potenti della terra di ottenere un'altra grande vittoria. Come Attac, questo non lo permetteremo. Almeno, ci proveremo. Laboratorio Attac Bologna
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