Intervento di Andrea Fumagalli
Competizione globale, piccole imprese e salario globale: alcune note
Queste note intendono fare il punto, in una forma preliminare per avviare una discussione, sul ruolo delle piccole imprese italiane in relazione all'evoluzione delle gerarchie di mercato all'interno del processo di internazionalizzazione della produzione materiale e immateriale. Come è noto, si tratta dell'argomento principale al centro del Convegno Internazionale promosso dal'Ocse che si svolgerà a Bologna il prossimo 12-15 giugno.
I temi che tratteremo sono i seguenti: Il rapporto tra piccola e grande impresa in Italia e la costituzione di una pluralità di filiere organizzative che vedono la ridefinizione di strutture gerarchiche a vantaggio della grande impresa, oggi flessibilizzata, caratterizzate da una divisione del lavoro produttivo di tipo cooperativo oppure all'opposto di tipo comandato; La nuova divisione del lavoro fondata sulla divisione dei saperi ed il ruolo delle economie di apprendimento come fattore cruciale delle nuove gerarchie di produzione Le conseguenti strategie differenziate sul piano della internazionalizzazione e l'effetto sulle condizioni di lavoro.
Sulla base di tali osservazioni, in sede conclusiva cercheremo di trarre alcune implicazione per lo proposizione di strategie antagoniste e conflittuali. Non è sufficiente oggi la semplice analisi del tipo "cahier de doléance", ma diventa sempre più necessario imbastire una risposta di tipo offensivo e propositivo.
1. Il rapporto tra piccola e grande impresa in Italia: la costituzione di un nuovo modello gerarchico
Negli anni Settanta inizia il processo di superamento della rigidità organizzativa insita nella produzione tayloristica e standardizzata: cominciano ad essere introdotti elementi di flessibilizzazione del sistema produttivo, una flessibilizzazione che riguarda la tecnologia, la produzione e l'uso del fattore lavoro.
Tale processo comincia con una prima fase che riguarda esclusivamente le grandi imprese fordiste, del triangolo industriale: Piemonte, Lombardia e Liguria e si manifesta inizialmente con un processo di decentramento produttivo che dura fino al 1979, quando l'Italia entra nel serpente monetario europeo. Si tratta di una scelta di politica economica e valutaria che pone fine alla svalutazione della lira e quindi alla possibilità di scaricare sui prezzi finali i maggiori aumenti dei costi di produzione (soprattutto materie prime), che aveva consentito, in tal modo, l'indicizzazione dei salari ed il mantenimento di soddisfacenti margini di profitto senza perdere competitività internazionale.
La decisione della Banca centrale di entrare nel serpente monetario europeo, con l'opposizione della Confindustria, ha rappresentato per anni l'unica politica industriale italiana, costringendo le imprese ad avviare ampi processi di ristrutturazione con riduzione dei salari e dell'occupazione per evitare la riduzione dei margini di profitto.
Alla fine degli anni Settanta, tra processi di decentramento nel triangolo industriale e veri e propri processi di deindustrializzazione, come nel caso della Liguria, comincia a costituirsi una rete di subfornitura e di conto-terzismo che recupera il ruolo marginale delle piccole imprese, fino all'ora operanti all'ombra della grande impresa in posizione di nicchia. Dopo il 1979 e dopo la sconfitta operaia alla Fiat dell'autunno 1980, incomincia la seconda fase di flessibilizzazione dell'industria italiana. Se il decentramento produttivo aveva aumentato il grado di flessibilizzazione produttiva e organizzativa demandando parte della produzione all'esterno senza tuttavia intaccare le modalità produttive tayloristiche, ora la ristrutturazione tecnologica dei primi anni Ottanta con l'introduzione della tecnologie informatiche tende alla flessibilizzazione della produzione interna alla grande fabbrica fordista, favorendone lo smantellamento e la sua trasformazione in fabbrica "snella".
Il rapporto tra piccola e grande impresa inizia a modificarsi in maniera più evidente; la piccola impresa assume un ruolo non più complementare, come nella prima fase del decentramento, ma strategicamente alternativo a quello finora svolto dalla media e grande impresa.
Quest'ultima si ristruttura, riduce i volumi produttivi e espelle forza lavoro, più o meno con il finanziamento pubblico (secondo la nota logica della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti). Parte della piccola impresa, quella più dinamica, in un contesto di ripiegamento e di ristrutturazione della media impresa, grazie all'adozione delle nuove tecnologie flessibili che contemplano la possibilità di automatizzare parzialmente la produzione anche in presenza di minori livelli di produzione, è così in grado di recuperare il margine di competitività e di diventare concorrente della grande impresa.
L'aumento del peso della piccola dimensione avviene sia nel triangolo industriale che nelle aree di industrializzazione diffusa, caratterizzate dalla presenza di qualche isola fordista (Veneto ed Emilia). In particolare nell'area nord-orientale e centrale-adriatica dell'Italia, dove esisteva già un tessuto di imprenditorialità diffusa fondato sulla figura del metalmezzadro, il sistema organizzativo delle piccole imprese si potenzia lungo coordinate di specializzazioni monosettoriale con forme di organizzazione di tipo distrettuale. Ciò consente lo sfruttamento massimo delle economie esterne, vale a dire, trasporto, lavorazioni specifiche in unità produttive diverse interdipendenti tra loro lungo un unico ciclo di produzione, la creazione di infrastrutture finanziarie e istituzionali ad hoc. Tale processo di regolazione della produzione assume connotati interclassisti, con livelli di conflittualità molto bassi, essendo i lavoratori inseriti in una enorme rete di contrattazione individuale e mista tra lavoro autonomo e lavoro salariato tradizionale. Questa seconda fase dello sviluppo della piccola dimensione segna una ridefinizione della gerarchia tradizionale tra piccola e grande dimensione a vantaggio della stessa piccola impresa. Si tratta di una fase che dura però solo cinque-sei anni. Se è vero infatti che la piccola impresa è in grado di essere strutturalmente più flessibile in termini di produzione, di sfruttamento del lavoro, miglior rapporto con i clienti, maggior cura in alcune produzioni e via dicendo, e riesce a essere flessibile anche dal punto di vista tecnologico grazie all'utilizzo delle nuove tecnologie informatiche, sistemi di automazione flessibili, i primi sistemi cad. ecc., è altrettanto vero che la possibilità di utilizzare a proprio vantaggio questi fattori competitivi dura solo per il periodo che va dal 1979 al biennio 1985-'86.
Nel momento stesso in cui la grande impresa si ristruttura e diventa anch'essa flessibile, i rapporti gerarchici precedenti di tipo fordista tendono di nuovo a riprodursi pur se in forma diversa. Se nel periodo fordista la grande impresa era essenzialmente rigida e su questa rigidità basava la sua capacità di penetrazione nella competizione internazionale a differenza della piccola dimensione, non in grado di sfruttare appieno le economie di scala, sul finire degli anni Ottanta - inizio anni Novanta - le due tipologie di imprese, quella piccola e quella grande, sono entrambe flessibili; siamo quindi di fronte ad un cambiamento strutturale molto forte. Ciò infatti non consente di riproporre oggi la dicotomia, piccola e grande impresa, così com'era negli anni Cinquanta e Sessanta. Si può riproporre però la stessa relazione gerarchica; la capacità di flessibilizzazione della grande impresa, la possibilità di sfruttare le nuove tecnologie molto più di quanto può fare la piccola impresa (tramite i processi di apprendimento, vedi oaragrafo successivo) consente alla stessa grande impresa di gestire la rete logistica della produzione e di demandare alla piccola impresa settori sempre più ampi della propria produzione, spesso in modo centralizzato e gerarchico.
Si entra così nell'attuale terza fase dell'evoluzione del rapporto tra piccola ed grande impresa, caratterizzata nel Nord-Ovest dallo sviluppo di reti di subfornitura sempre più complesse e diversificate e nel Nord-Est dall'inizio del processo di metamorfosi delle cosiddette reti di piccole imprese. Ha inizio, infatti, alla fine degli anni Ottanta e soprattuto dopo la recessione dei primi anni Novanta un processo di trasformazione dei distretti industriali che li porta a modificarsi spesso in strutture di mercato di tipo oligopolistico, caratterizzate da relazioni tra imprese non più orizzontali ma sempre più verticali e gerarchiche. Dalla classica struttura del distretto, costituita da relazioni orizzontali fra piccole imprese concatenate a monte e a valle con altre imprese all'interno di relazioni più o meno paritarie, si passa a strutture produttive in cui due o tre imprese acquistano una leadership forte. Il numero di imprese che operano all'interno del distretto con funzioni di subfornitura tendono a crescere come numero e a decrescere come importanza strategica. La produzione finale è sempre più demandata ad un numero ristretto di imprese che crescono come dimensione, e quindi si iniziano a instaurare rapporti gerarchici di dipendenza all'interno di quelli che una volta erano i distretti e le cui caratteristiche erano la territorialità e la parità tra le imprese.
Se si considerano i distretti di Carpi nell'Emilia o di Castel Goffredo per le calze nel Bergamasco, oppure di Montebelluna per gli scarponi e la scarpe sportive, è facile osservare negli anni Novanta un aumento della gerarchizzazione tra le imprese in presenza di una riduzione nel loro numero: spesso, come nel caso di Carpi e Montebelluna, entra anche capitale esterno (sia italiano che internazionale), con la conseguente perdita di identità capitalistica locale e l'inizio di un processo di internazionalizzazione e di delocalizzazione della produzione che rende il distretto sempre meno autonomo e autopropulsivo e sempre più simile alla struttura a rete sul modello Benetton.
Ciò che continua ad essere presente è l'elevatissima flessibilità del lavoro e la sua crescente precarizzazione, in presenza di un centro decisionale e organizzativo che tende a fuoriuscire anche dal punto di vista territoriale.
2. Lavoro cognitivo e divisione dei saperi come nuovo fattore di gerarchia fra piccola e grande impresa
Queste trasformazioni di natura tecnologica e produttiva nel rapporto tra piccola e grande dimensione sono anche il frutto dell'introduzione della conoscenza e del linguaggio come fattori produttivi cruciali. Esiste oramai un'ampia letteratura al riguardo (ad esempio i libri di Marazzi). Ciò che ci interessa sottolineare in questa sede è il ruolo sempre più strategico del lavoro cognitivo e/o immateriale, legato a tutte le componenti relazionali e vitali dell'attività umana, come nuovo elemento di discriminazione all'interno delle filiere produttive
Nel modello fordista, la separazione tra fase della progettazione e fase della produzione si riversava nella separazione gerarchica tra attività intellettuale (dotata di saperi e competenze) e attività manuale. Sapere e formazione erano sinonimi, non solo perché elementi che determinavano lo stesso livello "culturale" ma soprattutto perché ad appannaggio esclusivo di poche elites, posizionate nelle fasi cruciali di controllo del comando produttivo e formativo (fabbrica, scuola e università). Negli anni sessanta la conflittualità sociale si manifesta anche come diritto al sapere (strumento di conoscenza e di coscienza) e diritto di accedere ai centri istituzionali di formazione.
Nel paradigma postfordista dell'accumulazione flessibile, si modifica strutturalmente il rapporto tra fase della progettazione e fase dell'esecuzione, comportando, di conseguenza, una ridefinizione dell'attività manuale e di quella intellettuale.
Per quanto riguarda il lavoro manuale, uno degli effetti dell'"automazione flessibile" é stata quella di rompere la ripetitività dell'azione lavorativa tipica della tradizionale linea di montaggio meccanica tramite l'inglobazione in un solo momento operativo di più funzioni e mansioni. La possibilità di comunicare (con il linguaggio dell'informatica) tra macchine operatrici diverse consente, infatti, di poter svolgere in quasi simultaneità operazioni che fino a poco tempo fa venivano svolte sequenzialmente: in particolare, all'attività di esecuzione vera e propria, oggi ad appannaggio esclusivo della macchina (con notevole riduzione della fatica fisica), si sommano operazioni di controllo-qualità, di adeguamento computerizzato della macchina al pezzo in linea, che variando costantemente, necessita di una continua riprogettazione della macchina operatrice. Il mix di attività manuale, di controllo e di intervento di progettazione necessariamente comporta la detenzione di competenze specifiche, vale a dire di conoscenze relative alla tecnologia utilizzata. Diventa imprescindibile un processo di formazione specializzata, permanente e continua, tanto veloce quanto è veloce la dinamica tecnologica. L'asservimento alla macchina passa oggi non solo tramite le braccia ma anche tramite il cervello. In questo contesto, lo sviluppo di formazione professionale non necessità una preparazione culturale autonoma. Il sapere individuale si scinde sempre più dalla necessità di possedere competenze specifiche.
Dal lato del lavoro intellettuale, l'impatto delle tecnologie informatiche é stato ancora più forte. La distinzione principale tra attività manuale, soggetta ad uno sforzo fisico oppure ad una ripetitività dell'agire lavorativo, e attività intellettuale, basata sull'agire del cervello e su valutazioni per definizioni individuali e differenziate, stava essenzialmente nell'impossibilità di misurare e di valorizzare in termini di unità di prodotto e/o di tempo (produttività del lavoro) quest'ultimo, in quanto l'esito dell'attività lavorativa dipendeva dal grado di istruzione, dal livello culturale e dall'esperienza individuale. L'introduzione delle tecnologie di linguaggio consente di poter controllare oggi in termini numerici la prestazione intellettuale. Se un tempo un'attività intellettuale era valutata in quanto tale, a prestazione ultimata, la codificazione dei linguaggi e della loro formulazione, da un lato, e la standardizzazione dei processi di produzione immateriale in procedure prestabilite e informatizzate, dall'altro, permettono la misurazione della prestazione intellettiva passo dopo passo, in ogni momento. Ad esempio, oggi l'attività di scrittura e di programmazione viene remunerata sempre più sulla base del numero dei caratteri prodotti e non del livello qualitativo oppure seguendo procedure standard di presentazione dei risultati a intervalli regolari che ne consentano la misurazione in termini di unità di tempo. Nuove misure del lavoro sono stare introdotte sulla base della logica di contabilizzazione dei costi (uomini-ore, battute per pagina, ecc.), come se si trattasse di una lavorazione in serie o a cottimo. La standardizzazione delle procedure comunicative tramite l'utilizzo dei sistemi informatici ha così comportato negli anni più recenti una sorta di taylorizzazione della prestazione intellettuale. Ovviamente, questo discorso non può essere esteso a tutte le attività intellettuali: esso é maggiormente presente laddove il grado di competenza e di sapere é più diffuso e codificabile, ovvero dove il grado di specializzazione "relativa" del sapere (vale a dire quel "sapere", che non è codificabile ed é ad appannaggio di pochi, in maniera quasi esclusiva) é minore. Generalmente, tuttavia, si assiste ad uno svuotamento sostanziale dell'attività intellettuale a favore di una sua meccanizzazione che ne svuota il contenuto e svilendone non solo il risultato ma anche la ragion d'essere. Anche per il lavoro intellettuale, quindi, la "cultura" conta sempre meno a vantaggio della necessità di formazione specifica. Indipendentemente dalla prestazione lavorativa (se manuale, materiale, intellettiva o immateriale), la necessità della formazione professionale, meglio se continua e permanente, diventa sempre più imprescindibile per poter essere avviati all'interno del mercato del lavoro o avere nuove opportunità di lavoro. Ma sempre più si tratta di una formazione professionale asservita alle necessità della produzione, che implica una subordinazione culturale sempre più elevata. E ciò non deve meravigliare. Se anche "il cervello" viene messo al lavoro, e diventa strumentale ai meccanismi di produzione e spesso il mezzo di produzione per eccellenza, è necessario che sia il più condizionabile possibile: in altre parole, dotato di competenze specifiche ma non di autoconsapevolezza e autonomia culturale. La formazione professionale specializzata (e non il sapere) è dunque il perno sul quale si sviluppano le nuove forme di divisione del lavoro in un contesto post-fordista di accumulazione flessibile. Si tratta, dal punto di vista della moderna organizzazione industriale, dello sfruttamento delle economie dinamiche di scala, fondate sull'apprendimento e sull'uso delle nuove tecnologie. La comunicazione di conoscenza standardizzata crea a sua volta cumulatività della conoscenza stessa.
Dopo il periodo di rottura e trasformazione delle tradizionali barriere all'entrata sui mercati competitivi che si basavano sull'estensione della produzione manifatturiera e sul lavoro materiale (essenzialmente lavoro manuale) e lo sviluppo della piccola dimensione, alle soglie del nuovo millennio si assiste, soprattutto nei settori a maggior contenuto tecnologico (dalle bio-tecnologie, alla manipolazione genetica e agro-alimentare, all'aereospaziale sino alle telecomunicazioni) e nei servizi avanzati legati al ciclo della comunicazione e della logistica finanziaria e non, ad un poderoso processo di concentrazione di risorse, conoscenze tecnologiche e di mezzi finanziari. Le nuove tecnologie linguistiche, infatti, in quanto caratterizzate da elevati livelli di cumulatività e di appropriabilità, necessitano di forti investimenti economici e una robusta struttura finanziaria. Queste sono alla base dello sviluppo delle economie di scala dinamiche e della ridefinizione delle nuove barriere all'entrata.
Nel nuovo millennio, tali fattori ridefiniscono in modo dinamico la gerarchia tra piccola e grande impresa. Di fatto oggi siamo di fronte a due distinti modelli, che polarizziamo per dovere di semplicità, anche se la realtà si presenta certamente più complessa. Da un lato, l'attività di produzione si configura sempre più come una filiera produttiva, vale a dire una struttura reticolare o lineare (a seconda dei casi), all'interno della quale si situa un'impresa di riferimento (solitamente di medie dimensioni) con intorno una struttura composita di imprese minori, specializzate in alcune produzioni e/o servizi materiali ed immateriali, legate alla impresa guida da legami di cooperazione produttiva-linguistica. Dall'altro, la struttura produttiva è caratterizzata da una struttura monocentrica, con un impresa leader e un insieme di subfornitori legati da forti rapporti di subordinazione e di comando.
La prevalenza di uno schema rispetto all'altro dipende in ultima analisi dalla quota di lavoro immateriale e cognitivo all'interno della produzione complessiva. E' facile immaginare che nei settori a maggior contenuto tecnologico e linguistico, la struttura cooperativa tende (ma non sempre) a prevalere, mentre nei settori tradizionali I rapporti di produzione con l'indotto delle piccole imprese è più gerarchizzato e subordinato. All'interno di questo schema, la situazione italiana appare quanto mai evidente: la specializzazione industriale del nostro paese è maggiormente rivolta verso le produzioni tradizionali, a basso contenuto tecnologico e quindi il ruolo delle piccole imprese, all'interno della competizione globale, è destinato a ridimensionarsi all'interno di una logica di subordinazione. La recessione dei primi anni 90 e i forti investimenti di capitale straniero che hanno avviato il processo di acquisizione di buona parte dell'industria matura italiana (elettrodomestici, agroalimentare, chimico-farmaceutico) hanno segnato il punto di svolta decisivo attutito, sino alla seconda metà degli anni 90, dalla svalutazione della lira. E' curioso notare come solo nella relazione di quest'anno il governatore della Banca d'Italia si sia accorto della crisi della piccola impresa italiana:
"... per troppo tempo si è sostenuto che per essere flessibili e competitivi occorresse essere piccoli. Il successo delle nostre piccole imprese ha fatto radicare questo modo di pensare ... dobbiamo non solo saper vendere ma anche saper produrre all'estero consolidando così il nostro tasso di internazionalizzazione ... imparare a superare una visione strettamente familiare dell'impresa che è stata ed è certamente un punto di forza, ma non deve diventare un limite del capitalismo italiano" (Antonio Fazio, Relazione BdI, 31 maggio 2000).
In queste parole di Fazio, governatore "cattolico" e attento alla "dignità dell'uomo" (così almeno si definisce), non solo evidenzia il limite della piccola dimensione italiana, ma si invita le stesse piccole imprese a crescere dimensionalmente attraverso lo sviluppo di rapporti di subfornitura in paesi esteri a basso costo del lavoro, entrando a far parte di quella fascia di nazioni avanzate in grado di comandare il grado di divisione internzionale del lavoro ed il suo sfruttamento.
3. Gli effetti sulla competizione globale.
Sul piano internazionale, i due schemi brevemente abbozzati determinano una sorta di divisione internazionale del lavoro e della produzione. I paesi di recente industrializzazione svolgono in massima parte attività di contoterzismo per le grandi multinazionali dell'occidente. Nei settori maturi producono la componentistica, di solito con sistemi di stampo taylorista, in impianti di medie dimensioni, solitamente con forza-lavorio precaria e scarsamenjte tutelata dal punto di vista delle garanzie sindacali e salariali. E' questo il caso della Corea del Sud e di Taiwan e di parte della Cina (le cd. Zone di libera esportazione), non a caso i paesi di più rapida industrializzazione, oppure dei paesi del Sudamerica, a partire dalle Maquilladoras messicane. Ma oltre questa fascia di produzione, la situazione più comune è quella di aree caratterizzate da sottosviluppo e da piccola industrializzazione in settori ad lta intensità di lavoro e di sfruttamento, dove le tutele sindacali sono del tutto inesistenti e le condizioni di lavoro spesso disumane e di stampo prefordista. Un esempio in tal senso, è costituito dalla fascia nordequatoriale dell'Asia, dalla Turchia all'Indonesia, passando per le aree del Pakistan, dell'India della Thailandia, della Cina. Ma la stessa situazione è presente in molti paesi africani, nell'America Centrale e nelle aree interne della penisola sudamericana. I rapporti di contoterzismo sono strettamente subordinati e controllati, seppur indirettamente (per evitare denunce) dalle grandi multinazionali dell'industria alimentare (Del Monte, Nestlè, cc.), del settore delle scarpe sportive (Nike, Reebock, Adidas), dell'abbigliamente (dalle grandi catene nordamericane alle italiane Benetton, Cotonella, ecc.). In questa divisione internazionale del lavoro le piccole imprese svolgono un ruolo nevralgico. Esse non hanno più una posizione subordinata di nicchia come ai tempi del fordismo occidentale, oggi svolgono una funzione che possiamo chiamare di "cooperazione subordinata" o di insostituibile "trait d'union" tra i centri tecnologici, del design e della commercializzazione all'interno del ricco mercato occidentale e le aree di produzione diretta ad alto tasso di sfruttamento umano ed ambientale. Nel mondo occidentale, il lavoro immateriale e di relazione tende ad essere prevalente, mentre nei paesi in via di sviluppo il lavoro operaio taylorista e pre-taylorista non solo è dominante ma anche in forte aumento.
Se volessimo dare un quadro riassuntivo di tale situazione, si potrebbe affermare che le grandi imprese multinazionali sviuppano strategie di flessibilità offensiva, vale a dire strategie finalizzate alla penetrazione commerciale tramite sviluppo dei rapporti di subfornitura, il cui controllo e comando è reso possibile dalla leadership tecnologica e finanziaria. Le imprese di minor dimensioni invece sviluppano strategie di flessibilità difensiva, vale a dire politiche di contenimento dei costi e dei prezzi, basate quasi esclusivamente sullo sfruttamento della forza-lavoro, non potendo intervenire, se non limitatamente, sul piano tecnologico finanziario.
La competizione strategica a livello globale tra Usa ed Europa e Giappone si svolge su due livelli: all'interno del ricco occidente per controllare le traiettorie tecnologiche da un lato e i flussi finanziari e speculativi dall'altro e nelle regioni asiatiche, africane e latino-americane per controllare economicamente gli assetti produttivi di controterzismo. La supremazia degli Usa appare oggi evidente in entrambi i livelli, anche grazie al ruolo di unica superpotenza militare e poliziesca rimasta. E' una posizione che si è rafforzata anche in seguito alle varie crisi economiche e finanziarie che si sono succedute negli anni '90 e che hanno colpito prima i mercati asiatici e poi quelli latino-americane e che ha approfittato delle politiche restrittive e di ristrutturazione dell'Europa per costituire la moneta unica. Si tratta di una supremazia che ha assunto connotati di tipo "imperiali" più che "imperialisti".
4. Quali prospettive?
Le piccole imprese sono dunque il cavallo di troia per impedire l'organizzazione di forme resistenziali allo sfruttamento dilagante. Favoriscono la segmentazione e la frammntazione del lavoro, uniscono ad alti tassi di flessibilità anche un'alta mobilità e turn-over che ostacola qualsiasi tentativo di penetrazione sindacale. Cionondimeno, numerosi sono i conflitti sociali che animano la scena internazionale, anche se nella maggior parte dei casi si tratta necessariamente di microconflitti, che raramente riescono a fuoriuscire da ambiti strettamente locali. Maggiore ribalta internazionale (anche se relativamente meno importanti, perché meno strutturali) hanno avuto i movimenti sorti al fine di impedire assise internazionali come è accaduto a Seattle, a Davos, a Genova e, speriamo, a Bologna.
Diventa particolarmente difficile individuare forme di intervento conflittuale in ambiti produttivi ridotti, in realtà caratterizzate da relazioni salariali prefordiste, basate sul cottimo e su contrattazioni imposte a livelli individuali. E' un processo lungo che parte dalla presa di coscienza di un collettività operaia che ha bisogno di tempo e pazienza per imporsi e diffondersi. L'esempio del movimento operaio coreano è a questo proposito illuminante.
Tuttavia non possiamo stare qui ad aspettare che la talpa scavi e giunga prima o poi alla luce. Anche noi dobbiamo fare la nostra parte, qui e ora. A questo proposito, è possibile iniziare a discutere si seguenti punti: La richiesta preliminare e provocatoria di un salario minimo a livello planetario commisurato al tenore di vita medio dei diversi paesi in cui non esiste nessuna legislazione (o insufficiente) in materia di lavoro, da finanziarsi con un fondo ricavato dai profitti e dalle rendite delle multinazionali.
La richiesta di un reddito di cittadinanza universale laddove la prestazione lavorativa tende a diventare immateriale e tende a confondersi con il tempo di vita, ovvero dove la bioeconomia è dominante.
La richiesta di autodeterminazione economica in funzione anti-impero. L'autodeterminazione economica di un paese è possibile laddove esiste un circuito produzione-distribuzione autonomo rispetto alle rapine delle multinazionali estere e ai diktat delle organizzazione economiche mondiali (Fmi, Bm, Wto). In altre parole, quando la ricchezza prodotta dal paese viene distribuita al suo interno e non utilizzata per rimpinguare i profitti multinazionali e/o le rendite internazionali, in seguito a situazioni debitorie controllate o direttamente gestite dal Fmi.
Questi tre punti sono strettamente interrelati e fanno parte di un'unica strategia che persegue l'obiettivo intermedio di creare le premesse per un cambiamento strutturale delle condizioni di lavoro, tropo spesso a livello schiavistico. Essa punta a sviluppare una miglior distribuzione del reddito, al fine di ridurre il livello di ricattabilità dal bisogno che oggi lega la maggioranza degli uomini e delle donne a rapporti di subordinazione materiale e culturale.
Guardiamo con forte speranza ai movimenti di emancipazione e di rivolta contro le forme economiche del neo-colonialismo imperiale. Abbiamo salutato con ottimismo le lotte di lavoratori coreani, le rivolte contro i famigerati Piani di Aggiustamento Strutturale (Sap) avvenute in molti paesi africani nel corso degli anni '90, la sollevazione zapatista in Chapas, i tentativi di organizzazione in Sud America (Perù ed Equadir, in testa), ecc. I nostri fratelli e sorelle, compagni/e del Sud del Mondo stanno facendo quanto è loro possibile nelle difficili condizioni in cui si trovano. E anche noi non possiamo essere da meno e come a Seattle dobbiamo dare un segnale della nostra presenza e della nostra volontà di impedire in qualsiasi modo, con ogni mezzo necessario, il covegno Ocse finalizzato proprio al coordinamento dei rapporti tra piccole e grandi imprese per strutturare meglio lo sfruttamento del lavoro mondiale e la partizione dei territori dell'impero.
SALARIO MINIMO PLANETARIO
Le due domande che son state fatte (salario sociale e reddito di cittadinanza: presupposti teorici e prospettive di lotta) son due domande facili, facili, come potete immaginare, nel senso che riguardano tematiche, sia teoriche che pratiche, che non è possibile sicuramente esaurire nell'ambito di una discussione di un paio d'ore. Io cercherò, in maniera molto rozza, superficiale e molto semplificata, di dare alcune indicazioni, almeno dal mio punto di vista.
Visto che questo incontro è stato organizzato in occasione del vertice Ocse sulle piccole e medie imprese di fronte alla globalizzazione (e questo è un contro-vertice diciamo così) io eluderei le due domande principali che mi sono state poste e partirei proprio dal discorso della piccola e media impresa. Perché il discorso della piccola e media impresa, anche se può sembrare un po' lontano dalla tematiche di salario e reddito di cittadinanza, in realtà poi ci entra molto bene. Ci entra molto bene perché il diverso ruolo e la funzione che le piccole e medie imprese hanno avuto in Italia e negli altri paesi a capitalismo avanzato negli ultimi venti anni è una conseguenza dei processi di cambiamento e di modificazione strutturale nel sistema produttivo tecnologico e di organizzazione del lavoro e, di conseguenza (trovandoci noi in una struttura capitalistica), di distribuzione del reddito. Perché, in una struttura capitalistica, la distribuzione del reddito dipende dalle modalità di accumulazione e di produzione di reddito e quindi dalle modalità produttive e tecnologiche e di organizzazione della produzione.
Per essere un po' tranchant e parlare un po' per slogans (scusatemi, non voglio essere troppo tedioso), nell'epoca fordista e taylorista - in cui il centro della produzione era la grande fabbrica, in cui la figura lavorativa per eccellenza era la tipologia di lavoro dipendente a tempo indeterminato, lavoro salariato (operaio massa come si diceva), in cui c'era un ruolo predominante di sistemi nazionali di accumulazione (quindi un ruolo dello Stato e del servizio pubblico sia dal lato di contributo alla produzione, sia dal lato di contributo, più o meno indiretto, alle forme di distribuzione del reddito) - ecco, in quest'epoca, quella che ha caratterizzato il secondo dopoguerra, i motori dello sviluppo economico erano essenzialmente le grandi imprese e un certo patto sociale che nasceva dal legame tra incrementi di produttività del lavoro (grazie alle catene di montaggio e al taylorismo) e incrementi di salario reale (come forma di remunerazione della tipologia di lavoro per eccellenza che era il lavoro salariato, dipendente, gerarchizzato, disciplinato, schiavizzato). Questo lavoro salariato, gerarchizzato e disciplinato vedeva incrementato il suo potere d'acquisto, la sua capacità di spesa, in relazione agli incrementi della produttività, all'aumento dell'accumulazione, all'aumento della ricchezza (su base essenzialmente quantitativa). C'era il mito della possibilità di aumentare la produzione quasi senza fine. Ci s'era liberati dal giogo della produzione agricola grazie alla produzione manifatturiera industriale, perché si poteva produrre senza limiti (poi in realtà sappiamo che questo non è vero, ci sono delle incompatibilità ambientali, ci sono diversi problemi che però all'epoca non venivano presi in considerazione).
Questa struttura produttiva dava alle piccole imprese un ruolo essenzialmente marginale, di nicchia possiamo chiamarlo. Le piccole imprese operavano su mercati locali, quindi con produzioni a basso contenuto tecnologico, a basa intensità di lavoro, essenzialmente, non competitivi con i prodotti standardizzati maturi della grande impresa del settore dell'auto, dei beni durevoli, ecc. Non era aperta alla concorrenza internazionale proprio perché aveva un mercato locale. La piccola impresa esisteva solo in quegli ambiti dove la grande impresa non aveva interessi di profittabilità per entrarci, perché se essa aveva qualche minimo interesse di profittabilità distruggeva subito la piccola dimensione. In linea generale (ovviamente ci sono delle eccezioni che adesso non stiamo qui a trattare).
Quando negli anni settanta il sistema di produzione fordista e taylorista - sia quello che riguardava il ruolo della grande impresa come motore dello sviluppo economico, sia il meccanismo di redistribuzione legato al collegamento fra produttività e salario reale - entra in crisi, per una serie di motivi che non stiamo qui a discutere, si modificano sia la struttura produttiva (cioè il metodo di accumulazione), sia le forme della distribuzione. Il metodo di produzione si modifica perché si rende più flessibile.
Il modo di produzione taylorista, basato su tecnologie meccaniche (quelle delle catene di montaggio) è strutturalmente rigido, perché la catena di montaggio implica delle rigidità tecniche di produzione inconfutabili e implica, a sua volta, delle rigidità a valle, rigidità nel tipo di prodotto, che deve essere un prodotto standardizzato, omogeneo, sempre uguale a sé stesso, e implica delle rigidità di tipo organizzativo, soprattutto nello sfruttamento della forza lavoro. La struttura organizzativa della fabbrica taylorista è molto semplice: ci sono quattro o cinque livelli, non di più. La piramide, tanto più ha pochi livelli tanto più è rigida e meno flessibile. C'è l'operaio massa, l'addetto alla linea; il tecnico; la fase della commercializzazione, quindi gli impiegati alla vendita del prodotto; i tecnici e i progettisti della fase della progettazione, che sono gli ingegneri, il consiglio d'amministrazione e così via.
La rigidità è proprio una delle cause che portano alla crisi di questa struttura (oltre a cause esterne) e quindi diventa necessario flessibilizzarla. La flessibilizzazione passa sia a livello tecnologico, sia a livello produttivo, sia a livello di utilizzo di forza lavoro. Ci sono questi tre tipi di flessibilità per eccellenza. Parte con la seconda metà degli anni settanta negli Stati Uniti, in Europa e in Italia il processo di flessibilizzazione del processo di accumulazione, quello che viene chiamato processo di accumulazione flessibile (il termine postfordismo a me non è che piace tantissimo, forse proprio perché c'è il suffisso post che non definisce nulla, ma nega e basta, o supera senza sapere dove si va).
Ecco, nel sistema d'accumulazione flessibile, c'è un processo di flessibilizzazione tecnologica, grazie al passaggio (lo dico molto brevemente) da tecnologie meccaniche ripetitive e rigide a tecnologie linguistiche e informatiche, che sono il massimo della flessibilità perché il linguaggio è qualcosa che non è mai fisso, che subisce metamorfosi e dinamiche continue, quindi è in continuo movimento ed estremamente flessibile. Il linguaggio applicato alle produzioni più o meno automatizzate, tramite i sistemi computerizzati, i sistemi prima delle FMS (flexibil manufacturig system) poi i sistemi CAD, sistemi CAM, CAI, la robotica, ecc., consente di flessibilizzare, proprio dal punto di vista tecnologico, consente di far sì che le macchine, che son quelle che producono sulla linea di montaggio, possano variare il tipo di prestazione fatta, e con essa anche l'addetto di linea, in funzione degli obiettivi programmati di produzione. Per cui oggi con una linea di montaggio unica si possono produrre quindici tipi di beni diversi. Come succede alla Zanussi a Susegana Treviso, come succede nelle grandi fabbriche diciamo ipertaylorizzate che non sono affatto scomparse, ma esistono (eccome se esistono). Ci sono una serie di effetti, dal punto di vista organizzativo, di questo passaggio tecnologico che non sto qui a dire perché ci porterebbe molto fuori dal seminato, ne cito soltanto uno perché è importante.
La fase di esecuzione materiale della produzione e la fase di progettazione, che prima erano essenzialmente separate, così com'era separato il lavoratore dalla sua prestazione lavorativa, tendono a coincidere, non dico a sommarsi completamente, ma a mischiarsi, per lo meno.
Chi fa un lavoro di esecuzione, nello stesso tempo, interagisce in termini progettuali con il pezzo che produce, con il semilavorato o il bene finale che produce. E questo è proprio dovuto all'utilizzo di tecnologie linguistiche di comunicazione, perché la comunicazione è per forza a due, è interdipendente, non può essere unilaterale. Mentre il lavoro dell'addetto di linea è un lavoro essenzialmente di passività rispetto ai tempi della macchina, il lavoro di interdipendenza con un sistema di macchina che uno può modificare grazie a software, grazie a tutta una serie di linguaggi di programmazione eccetera diventa più indipendente, il che non significa dire che il rapporto di subordinazione sia finito, assume connotazioni diverse (il problema sarebbe poi andare a vedere quali tipi di nuovi rapporti di subordinazione si vengono a verificare in questi contesti), ma sicuramente non è quello tipico dell'operaio blu o dell'operaio massa, almeno non è più al cento per cento simile a questo. Uno degli elementi che favorisce questo processo di flessibilizzazione tecnologica produttiva e di organizzazione del lavoro è anche il processo di esternalizzazione così detto dagli economisti. Buone parti della produzione e dei servizi alla produzione, che prima venivano svolti all'interno delle grandi fabbriche e dei grandi conglomerati (che arrivano ad avere fino a 200, 300, 400 mila dipendenti salariati fissi), parte di quelle funzioni, quelle più distanti dal lavoro vivo diciamo, in misura crescente, tendono ad essere esternalizzate fuori. E' quello che oggi si chiama con una parola inglese (perché siamo tutti dipendenti dall'inglese) outforcing, che comporta riduzione di personale, perchè quelli che erano adibiti a queste mansioni vengono eliminati dalla grande fabbrica, vengono veicolati verso imprese che lavorano all'esterno, che hanno rapporti più o meno di subfornitura, più o meno coatta, più o meno cooperativa, a seconda dei casi. E quindi dall'outforcing deriva quello che, sempre con una parola inglese molto di moda, si dice downsizing, cioè snellimento della grande impresa e quindi perdita di occupazione salariata e fissa della grande impresa, a vantaggio di forme di occupazione più flessibile, più precaria, più vulnerabile, in piccole unità produttive. L'Italia è stata un caso da manuale di questo processo, perché in Italia c'è stato qualcosa di più che in altri paesi non c'è stato (e il mitico Nord-Est ne è stata un'esemplificazione, molto più l'Emilia-Romagna che il Veneto).
Quello che c'è stato in più, in Italia, è stato il fatto che questo processo di esternalizzazione ha recuperato un ruolo della piccola dimensione delle piccole imprese che non sono più diventate settore di nicchia, ma sono diventate fondamentali e hanno svolto un ruolo funzionale ai processi d'accumulazione della grande impresa. La produzione si è diffusa dalla singola fabbrica al territorio. La produzione di un bene finale di consumo è diventata il prodotto di una serie di lavorazioni differenziate, in luoghi di lavoro diversi: è quello che gli economisti industriali chiamano filiere produttive. Cioè non è più che tutto avviene all'interno della grande fabbrica, ma attraverso una concatenazione di rapporti e di interdipendenze, solitamente di tipo gerarchico. Quindi c'è stata una frammentazione della produzione a cui è seguita una frammentazione, una scomposizione della prestazione lavorativa, con la nascita di una pluralità di tipologie contrattuali di lavoro che ormai in Italia ha raggiunto, credo, il massimo: dalla vecchia figura del lavoro dipendente salariato a tempo indeterminato, a tutte le forme di lavoro subordinato dipendente a quelle cosiddette atipiche, alle nuove forme di lavoro cosiddetto non dipendente (in quanto non pagato con un salario mensile, ma pagato a fattura) che chiamiamo lavoro indipendente, lavoro autonomo, che è ben diverso dal lavoro imprenditoriale. E spesso c'è questo equivoco di considerare tutte le forme di lavoro autonomo, di lavoro indipendente come se fossero lavoro imprenditoriale o lavoro di organizzazione imprenditoriale, quando le cose sono ben diverse.
In questo contesto c'è stata una funzione della piccola impresa estremamente importante. Questo in Italia si è verificato essenzialmente nelle aree laddove esisteva la grande impresa. Perché questo è l'esito di un processo di trasformazione e di ristrutturazione tecnologico- organizzativa, che in Italia si è sviluppato essenzialmente dopo la sconfitta operaia della Fiat nell'ottobre del 1980, con lo sviluppo dell'indotto, grazie alle nuove tecnologie di controllo informatico, per poter controllare la produzione anche a distanza, mantenere concentrata la gestione del merchandising, cioè del commercio e della tecnologia e delle forme di finanziamento. Ma l'attività produttiva di manifattura inizia a diffondersi, prima nell'indotto torinese, poi in tutta Italia, poi in tutto il mondo, in forme più o meno diverse a seconda del tipo di produzione effettuata.
Le grandi imprese in Italia sono esistite solo nel grande triangolo industriale, cioè Milano-Torino-Genova, mentre nell'Est, in Emilia e in Toscana c'erano isole di grandi imprese, ma non una struttura fondamentalmente basata sulla grande dimensione taylorista-fordista. In queste aree, esistevano già figure spurie di lavoratori più o meno precarie; quello che nel Veneto è stato studiato dai Quaderni Rossi di Potere Operaio negli anni sessanta: il metalmezzadro. Che erano persone che lavoravano in fabbrica nelle isole fordiste a Porto Marghera, a Valdagno e via dicendo, ma nello stesso tempo avevano un'attività autonoma, che era essenzialmente legata all'agricoltura, e questo spiega perché questi riuscivano a fare scioperi di quaranta giorni senza crepar di fame, cosa che invece era un po' più difficile farla per l'operaio della Fiat o dell'interland milanese.
In queste aree c'è un tessuto e un humus diciamo che porta ad uno sviluppo di forme organizzative di piccole imprese che non sono inizialmente totalmente dipendenti o figlie del processo di ristrutturazione della grande impresa, ma assumono forme autonome. Assumono le forme del distretto, essenzialmente in lavorazioni a basso contenuto tecnologico, ma ad alta innovazione organizzativa e ad alta intensità di lavoro. La piccola impresa è di per se stessa flessibile: non c'entra il sindacato perché lo statuto dei lavoratori non c'entra; il turn over, la mobilità interna è maggiore; i controlli sull'orario di lavoro, sul salario, sul nero, sul grigio, sul rosina ecc. sono molto laschi ecc. Questo comporta una situazione in cui la piccola impresa riesce a essere, dal punto di vista organizzativo, competitiva, riesce a uscire da quel settore di nicchia, di marginalità che la contraddistingue fino agli anni sessanta per diventare competitiva sui mercati internazionali. Questo è un processo che in Italia dura dagli inizi anni ottanta fino alla recessione del 1991-92. E' un periodo in cui sui giornali comparivano un giorno sì e uno sì: "piccolo è bello" e cose del genere.
Le forme organizzative sono le più variegate: c'è quella dei distretti, c'è quella della struttura a rete, c'è quella della struttura gerarchica modello Benetton, sviluppo della subfornitura, dell'indotto, a seconda del livello tecnologico e della capacità di dotarsi di nuove tecnologie (che comunque costano meno di quanto costavano ai tempi della tecnologia taylorista). Acquistare una catena di montaggio presupponeva determinate quote di mercato e determinate sicurezze di vendita, comprarsi un sistema CAD CAM, un sistema più o meno di automazione flessibile, costa molto meno e quindi anche le piccole imprese sono più in grado di accrescere il loro potenziale tecnologico produttivo. Tutti questi motivi fanno sì che per un certo periodo, che è il periodo della durata di ristrutturazione della grande impresa, la piccola impresa in Italia ha un ruolo fortemente presente: cresce l'occupazione, mentre quella della grande impresa diminuisce, fa un po' da compensazione, in un certo senso, dei processi di ristrutturazione.
L'area bolognese è una delle poche aree in cui si è sviluppato un indotto metalmeccanico (quindi un settore non ad esclusiva alta intensità di lavoro, che lavora nelle macchine utensili, nella metalmecanica, nella componentistica, ecc.) in cui il ruolo delle piccole imprese ancora oggi ha una sostanza e un radicamento assai forte.
La recessione del 1992 (che ha colpito inizialmente gli Stati Uniti, poi ha avuto un peso anche in Europa e in Italia) segna il passaggio cruciale in cui si ridefinisce un rapporto gerarchico tra grande e piccola impresa. Un rapporto gerarchico che era stato messo in crisi nel decennio precedente per i motivi che ho detto prima: perché era aumentato il ruolo e l'autonomia delle piccole imprese, perché le piccole imprese, anche subfornitrici dell'indotto, erano vitali e strategiche per la grande impresa. La grande impresa nel frattempo si ristrutturava e quindi era in una situazione di difficoltà e quindi questo ha portato ad una sorta, non dico di riequilibrio, ma di maggior autonomia, maggior peso delle piccole imprese.
Dopo il 1991, le grandi imprese si sono ristrutturate, sono diventate flessibili alle nuove tecnologie, hanno una flessibilità del lavoro molto elevata, un turn over lavorativo molto elevato, hanno le stesse caratteristiche delle piccole imprese però sono grandi. Sono grandi e quindi hanno più quote di mercato, più possibilità d'investimento, un ricorso al credito più agevolato, una strutura di holding finanziaria di controllo delle tecnologiae molto più forte di quella che può avere (ovviamente) una struttura di piccola impresa. La grande impresa scarica, in un certo senso, sull'indotto e sulla subfornitura la recessione e il venir meno della domanda.
In questa situazione, lo sviluppo che si ha dopo, negli anni novanta, vede da una parte lo sviluppo di internazionalizzazione (lo dico sempre andando con l'accetta) delle multinazionali, soprattutto nel campo delle nuove tecnologie (biotecnologie, informatica, telecomunicazioni, aerospazioale, militare ecc.), sviluppo basato sulle tecnologie quindi una flessibilità di tipo offensivo. C'è un ridefinizione dei mercati internazionali nei prodotti saturi come l'automobile. Le grandi imprese, che si internazionalizzano, si fondono. C'è stato un processo di concentrazione, che continua tutt'oggi, negli ultimi cinque anni, che non ha mai avuto uguale in tutta la storia del capitalismo da Adam Smith ad oggi e c'è una concentrazione che è finanziaria e tecnologica e di controllo produttivo, non di proprietà produttiva, ma di controllo della produzione. Qui ci sarebbe da aprire una parentesi molto grande: oggi i diritti di proprietà tendono a diventare più diritti di controllo, che diritti di proprietà vera e propria, e questo porterebbe a tutta una serie di considerazioni che lascio a voi immaginare.
In questo processo di penetrazione commerciale internazionale della grande impresa, la piccola impresa dell'indotto, subfornitrice, che lavora in contoterzismo, è la spada che consente la penetrazione delle grandi multinazionali. La consente nei paesi del sud est asiatico, nei paesi in via di sviluppo che hanno avuto un piccolo processo produttivo negli anni sessanta e settanta: il sud est asiatico, dalla Corea a Taiwan, Indonesia, Malaysa, parte dell'India, Pakistan, l'area sud dell'Africa, il Sudamerica, in parte l'Europa dell'Est, dopo il 1989.
C'è una sorta di specializzazione internazionale, che si verifica in queste aree. Pare che alcuni territori si specializzano in alcune produzioni: l'Indonesia si specializza per fare il contoterzismo delle scarpe (per la Nike e per la Reebock); la Cina, nelle aree di libera esportazione, si specializza in alcune produzioni; l'Ungheria e la Cecoslovacchia nel tessile; il Pakistan nel tessile, nei giocattoli e in alcune parti della componentistica; Corea e Taiwan si specializzano nella componentistica elettronica e nella costruzione dei manufatti di computers (non software e hardware). Queste sono forme in cui la piccola impresa diventa una sorta di cavallo di Troia, che non è direttamente dipendente dalla grande impresa in termini di proprietà diretta, ma è controllata e le strategie sono controllate dalle grandi multinazionali. E' un rapporto estremamente gerarchico e dipendente. Questo è un primo quadro generale dei rapporti di gerarchizzazione che si sviluppa a livello planetario.
All'interno dell'Occidente, invece, non sempre avviene questo (avviene anche questo e noi lo vediamo, per esempio, nel modello Fiat, che è un miodello basato su rapporti durissimi, di tipo schiavistico, con le piccole imprese subfornitrici), ma c'è anche un modello di cooperazione, cioè il rapporto di subfornitura dell'indotto, le aree cosiddette distrettuali iniziano ad avere rapporti con le grandi imprese in termini di finanziamento, di ventur capital, di gestione dei marchi (come succede per il distretto delle scarpe di Montebelluna dove è entrato Benetton e la Rossignol, per cui non ci sono più le scarpe che c'erano dieci anni fa, ma sono controllate da grandi marchi da grandi forme di distribuzione ecc.) C'è un rapporto misto di gerarchia e cooperazione o coordinazione. Questo dipende dal grado di specializzazione produttiva che le piccole imprese hanno nel settore, quindi dalla loro capacità contrattuale.
C'è anche una componente che riguarda l'Occidente, l'opulento nord del mondo che riguarda il tipo di lavorazione, perché nel nord aumenta il lavoro immateriale (non tanto più il lavoro di esecuzione vera e propria, perché viene esternalizzato nei paesi in via di sviluppo). C'è più un lavoro di organizzazione commerciale, di servizi alle imprese, un lavoro che ha delle caratteristiche di immaterialità molto più alte; non è solo lavoro immateriale o lavoro cognitivo, ma è lavoro che ti richiede esperienze di vita, conoscenze, apprendimento e anche nuove tecnologie informatiche, biotecnologiche; richiede un apprendimento, conoscenze, istruzione, formazione permanente.
Sono tutte componenti che rendono difficilmente esportabile questo tipo di servizi, perché c'è bisogno di una struttura scolastica e di una certa rete infrastrutturale che non è possibile costruire dall'oggi al domani nei paesi in via di sviluppo e quindi permane all'interno.
Sono le attività che garantiscono il controllo della produzione e quindi il comando capitalista. E sono anche attività in cui quelli che operano spesso hanno una commistione fra tempo di vita e tempo di lavoro, c'è un processo di femminilizzazione del lavoro. Il lavoro femminile è sempre stato così caratterizzato, essendo le donne abituate (per sfortuna loro) a coniugare tempo di produzione e tempo di riproduzione, in forma più o meno coatta. Anche in certi tipi di lavoro immateriale c'è una doppia attività: c'è un lavoro di relazione e un lavoro di applicazione e quindi la doppia capacità lavorativa, la duttilità diventa un qualcosa che ha un peso nella capacità di originare valore aggiunto e ricchezza e profittabilità e via dicendo.
Io sono un forte sostenitore del reddito di cittadinanza e ritengo che reddito e salario sono due parole che non sono assolutamente sinonimi (salario di cittadinanza è un ossimoro, non ha molto senso parlare di salario di cittadinanza, perché per salario si intende remunerazione dell'attività lavorativa). Se lavora il 100% della cittadinanza il salario è di cittadinanza, ma se lavora soltanto l'80% (dico già una cifra elevatissima) il salario è dell'80% e non di tutta la cittadinanza.
Reddito di cittadinanza è invece un reddito di esistenza (forse sarebbe meglio chiamarlo così, perché la cittadinanza deve essere definita) è un reddito che è indipendente dalla prestazione lavorativa: basta la semplice esistenza. La provocazione (ma è una provocazione molto bassa) è dire che, in un contesto di sviluppo produttivo globale, in cui le forme tayloriste e fordiste di esecuzione produttiva materiale della produzione ormai interessano aree globali, aree continentali sempre più vaste, che vengono spesso da situazioni precapitalistiche, in cui il lavoro non è ancora diventato libero (almeno formalmente), ma esistono anche rapporti di schiavitù, più o meno tollerati, parlare di salario in questo contesto significa chiedere che qualsiasi attività lavorativa, per conto terzi, come subfornitura, come indotto, per generare profitto per le grandi multinazionali del nord, sia remunerata in maniera tale da garantire (a seconda delle situazioni in cui ci si trova, a seconda delle strutture e delle culture) una vita degna e una possibilità di consumo degna di questo nome.
In questo senso penso sia più corretto parlare di salario visto che i tassi di attività e l'aumento di lavoro salariato (quello tipico degli anni '50 da noi) che questi paesi hanno avuto negli ultimi anni è stato molto forte, in alcune aree (ci sono aree africane che sono completamente escluse da questo processo). Ma nelle aree del Sud-Est asiatico, ad esempio, o all'interno di regioni indiane, nell'area bassa del Pakistan, il numero di lavoratori salariati (più o meno non tutelati sindacalmente, non sotto forme di contrattazione collettiva ecc.) è fortemente aumentato, perché questo è l'esito di questa divisione internazionale del lavoro, garantita anche da questa segmentazione tra grande e piccola impresa su scala globale.
Salario minimo globale è una parola d'ordine che significa: tuteliamo e garantiamo una dignità di vita civile a tutti gli esseri umani, donne o uomini che siano. E' una differenza che tiene conto di tempi e situazioni strutturali diverse (non è una separazione di meglio o peggio).
Nel contesto nostro (intendo i paesi Ocse, i paesi più sviluppati) spesso la produttività del lavoro (caratterizzato da forme immateriali, forme miste, forme caotiche) non è misurabile in termini quantitativi, come era misurabile quando si era adibiti alla catena di montaggio (la remunerazione della catena di montaggio era il cottimo: tot pezzi/tot soldi). Le prime lotte contro la catena di montaggio sono contro il cottimo, come elemento di divisione dei lavoratori. Oggi il cottimo non avrebbe senso, perché non riesci a misurare in termini quantitativi (coi criteri tradizionali) gli incrementi di produttività, l'apporto lavorativo, quando questo spesso è legato alla tua esperienza, alla tua capacità relazionale, alle tue sensazioni, alla tua sensibilità, alla tua cultura, alla tua esperienza, al tuo cervello ecc.
C'è commistione tra tempi di vita e tempi di lavoro, tra occupazione e non occupazione, tra lavoro e non lavoro, per cui il discrimine diventa sempre più confuso. La parola d'ordine del reddito di cittadinanza coglie molto più questi aspetti di trasformazione, perché oggi anche quando uno non lavora, e quindi formalmente è un disoccupato, comunque, soltanto vivendo, soltanto passeggiando per strada e chiaccherando con le persone, entra in un circuito di informazioni di rete ecc. e acquisisce degli strumenti che acquisterà valore per il capitale quando andrà a lavorare. Quindi oggi potremmo dire che chi è disoccupato, in realtà, è uno che lavora ma non viene remunerato. Mentre chi è occupato è uno che lavora e viene remunerato.
Il reddito di cittadinanza diventa una forma di remunerazione della vita, dal momento stesso che la vita è diventata fattore produttivo. Questo deve essere portato avanti di pari passo il discorso di garantire una vita dignitosa nei paesi in via di sviluppo. Sono due battaglie complementari e sono strettamente legate l'una all'altra.
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